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Seimila letti per la piramide di Pyongyang (ebbene sì, gli egiziani c’entrano)

Seimila letti per la piramide di Pyongyang (ebbene sì, gli egiziani c’entrano)

Pyongyang (Corea del Nord). Ricevere notizie attendibili da Pyongyang è raro, di conseguenza, quando si tratta di un reportage riguardante la capitale nordcoreana, domande senza risposta e speculazioni varie sono all’ordine del giorno. I centri di osservazione di rischio sismico si accorgono di questo Stato con il più grande esercito del mondo grazie alle curve registrate sugli strumenti di misurazione quando a intervalli regolari i test missilistici scuotono tutta la zona dell’Asia orientale. Non esiste altro Paese così isolato dal mondo come questo ultimo baluardo della Guerra Fredda.
Pyongyang tuttavia è qualcosa di più di un villaggio gallico che rifiuta la globalizzazione e per cui i leader politici hanno stabilito regole proprie di convivenza. Pyongyang, se si prescinde per un momento dalla questione dei diritti umani e dell’autodeterminazione sociale, è probabilmente il museo «open air» meglio conservato del mondo architettonico socialista con gli edifici standardizzati di edilizia popolare, ampie vedute, ma anche costruzioni ambiziose e monumentali edifici pubblici. In giro né cartelloni pubblicitari né botteghe commerciali, tutt’al più sono i manifesti propagandistici a offrire una vaga nota di colore. Il traffico privato è del tutto inesistente e le strade sono vuote superfici asfaltate. La monotonia degli edifici popolari viene interrotta a intervalli regolari da grandi sculture e monumenti che ritraggono l’«eterno presidente» Kim Il-sung accanto alla moglie e al figlio o al nipote Kim Jong-un. La totale non-esistenza dell’individuo determina il ritmo della città, cadenzato dagli slogan della propaganda statale presenti a ogni incrocio.
La capitale della «Repubblica popolare di Corea», con i suoi presunti tre milioni di abitanti, è un laboratorio di curiosità architettoniche facilmente paragonabili alle idee dei primi costruttivisti russi: una città artificiale in cui la vita, a partire dalla prima suddivisione in nuclei, viene severamente controllata in singole unità funzionali. Pyongyang non è altro che il prototipo di un’ideologia utopistica, un esperimento sociologico materializzato e che si è conservato come una reliquia del tempo che fu. Quando la si visita per la prima volta la capitale appare una città moderna, caratterizzata da piazze spaziose e ampie strade fiancheggiate da condomini dalle facciate dipinte in grigio o colori pastello. Nelle giornate di sole gli edifici risplendono di colori quasi quanto il grande spettacolo Arirang, che si svolge nello stadio più grande del mondo, in cui 150.000 persone si assoggettano alla propaganda di Stato mettendo in ombra perfino le teatrali sfilate proprie delle dittature europee. Il Festival Arirang è parte di una teoria artistica che dovrebbe esortare il popolo all’unità, al senso civico e alla lotta. Accanto ai numerosi manifesti propagandistici, si registra la presenza costante dello Stato in tutti gli ambiti attinenti la vita della popolazione. Fintanto che i coreografi, gli autori e gli artisti rimangono sepolti nell’anonimato, lo spettacolo, insieme alla grafica pubblicitaria di carattere politico, continua a riflettere una visione del mondo nella quale lavoratori silenziosi, la cui unica ricompensa è l’orgoglio che viene loro inculcato dallo stato, Simili a formiche costruiscono gigantesche piramidi.
Una di queste è l’hotel Ryugyong che s’innalza con la sua forma triangolare e che in realtà avrebbe dovuto essere pronto già nel 1989 come più di altre 250 grandi costruzioni della capitale. In perfetto stile nordcoreano, il responsabile Istituto di ricerca architettonica Paektusan non risposto alla domanda se i 4,5 miliardi di dollari destinati alla sistemazione della città in occasione del XIII Festival Mondiale della gioventù non siano stati sufficienti o se la struttura alta 330 m abbia presentato problemi statici. Concretamente, può non essere stata la decisione migliore quella di edificare 105 piani in cemento armato; una costruzione in acciaio, staticamente più sensata, avrebbe però richiesto un investimento triplo. Dopo una perizia sulla stabilità sismica compiuta nel 1992 dall’Institute of Earthquake Engineering and Engineering Seismology (Iziis) di Skopje (Macedonia), il cantiere fu abbandonato e rimase a dominare la città come un cattivo presagio, sempre più simile alla Torre di Babele. A chi domandava il perché dell’interruzione dei lavori, veniva concisamente risposto che la colpa era degli Stati Uniti e delle sanzioni da loro emanate. In realtà i veri motivi potrebbero essere stati di natura economica, dal momento che la Corea del Nord, dopo la caduta della cortina di ferro, risentì pesantemente delle conseguenze della brusca interruzione degli aiuti da parte dei paesi fratelli socialisti. Nell’estate 2005 la rivista «Domus» lanciò un concorso internazionale per il completamento dell’hotel Ryugyong, invitando architetti da tutto il mondo a trasformare l’edificio incompiuto in una «antenna di idee». Questa funzione amplificatrice avrebbe dovuto dare come risultato una maggiore conoscenza di quel Paese isolato e un dialogo più approfondito con i suoi abitanti. Non è una sorpresa che questa idea abbia invece umiliato gli architetti autoctoni, sbattendo contro un muro d’incomprensione. Anche in Europa il lancio del concorso e il numero di «Domus» con un reportage acritico sulla situazione locale accese un infuocato dibattito. Tra gli architetti si dibatteva sul modo in cui i media stranieri avrebbero potuto parlare della propaganda statale senza fare commenti ed evitando fotografie e citazioni: un approccio condiviso anche dai curatori del Mak (Museo delle arti applicate) di Vienna, nell’estate 2010, in occasione della mostra «Blumen für Kim Il-sung» (Fiori per Kim Il-sung) con quadri provenienti da atelier d’arte statali e fotografie della collezione dell’Istituto Paektusan, esposti, anche in questo caso, senza alcun commento. Quanto ancora oggi in Nordcorea è inimmaginabile la discussione critica, tanto è impensabile in Europa rinunciarvi. Ciononostante, nel 2009 è ripresa la costruzione dell’hotel, che sarà completato nel centenario della nascita dell’ex ufficiale dell’esercito sovietico e fondatore dello stato Kim Il-sung. Il caso ha voluto che il denaro necessario per la facciata provenisse proprio dalla patria delle piramidi. Il gruppo egiziano Orascom, attivo nel campo della telefonia mobile così come in quello edilizio, si è infatti preso carico dei lavori. Se poi ci sia una relazione tra l’investimento milionario per l’hotel da 6.000 letti e il rilascio della prima licenza per portare le reti 3G in Nordcorea, si scoprirà solo spulciando negli archivi dopo la fine della dittatura. Di sicuro l’assistenza ad almeno 200.000 possessori di un telefono cellulare rappresenta un affare più redditizio di quanto non sia la gestione di un hotel che potrà essere riempito solo quando Pyongyang si sarà trasformata in una Las Vegas dell’Estremo Oriente e turisti danarosi potranno entrare senza bisogno di visto.
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Last modified: 20 Luglio 2015